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| primo piano: Alberto Savinio Antologica |
Fino al 12.06.2011
Intellettuale fine e vivacissimo |
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Savinio e il poliedrico mondo dell'arte Nessun artista nasce e si forma, sotto il profilo spirituale e tecnico, al di fuori di una comunità che lo accoglie. L'ambiente familiare di Andrea Francesco Alberto de Chirico, che a datare dal 1914 assumerà lo pseudonimo di Alberto Savinio, è connotato da alcuni tratti specifici. |
Se Giorgio s'iscrisse al politecnico di Atene, proseguendo i suoi studi artistici a Monaco, Andrea scelse invece come campo specifico la musica. Frequentò presso il conservatorio di Atene i corsi di pianoforte e composizione, dedicandosi poi allo studio del contrappunto a Monaco sotto la guida di Max Reger. |
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Critico, saggista, narratore, musicista, soggettista, drammaturgo, pittore, scenografo, regista, Savinio gioca a sbalordire se stesso. In più di un campo si rivela anticipatore . In pittura mediante la contaminazione, scrive Vincenzo Trione nel catalogo, destabilizza « i sistemi percettivi e comunicativi», giungendo per tale via «ad anticipare procedimenti che saranno sperimentati, negli anni settanta, da un artista pop come Roy Lichtenstein, celebre per le sue riscritture dalle strips ». L'enigmatica stasi atemporale, che si respira nelle opere di Giorgio, si fa sottile gioco umorale in Alberto, che a ttinge incessantemente dalla memoria, da alcuni pittori prediletti, dai materiali più incongrui e disparati, da vecchie foto e stampe popolari. Diversamente da quel che ne pensa il fratello, la tecnica non gli appare sostanziale. Per lui elemento cruciale è l'intuizione, di cui la manualità è solo al servizio. |
| Sicuramente nelle opere di Savinio non vi è soltanto un bilanciamento di forme, di pesi, di spinte varie o di attrazioni esercitate permanentemente dal centro, né le teorie di Arnheim, d'altronde, hanno mai escluso la presenza di significanti e di significati dall'arte; ne hanno fornito un'analisi interna, basata sulle strutture percettive. |
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Osserviamo il dipinto En visite (1930). L'espressione della dama seduta a sinistra è sottomessa e contrasta con quella dominatrice dell'altra, la cui invadenza trasversale del campo ha per rinforzo lo spigolo obliquo delle pareti posteriori inclinate. Il becco da pellicano della prima, che scende pesantemente verso il basso come un'enorme goccia che si allunga, è bilanciato dalla retrazione tortuosa del lungo collo della seconda dama, espediente che consente all'artista di allineare con intento unitario quel capo sul piano della testa della prima, che si trova in posizione arretrata. Ne deriva una grottesca concezione di visita, in cui ciascuno dei due soggetti è presente pur rimanendo sostanzialmente da solo.Non vi è traccia di vuoti nel dipinto; ogni spazio è rigorosamente riempito, trattato con segmentazioni e angolature improbabili, con richiami di texture e di colori, in un pattern pittorico perfetto che esprime compresenza e solitudine. |
Dietro di lui, sulla sinistra, in basso, è acquattato un oscuro pesce mostro, di cui vediamo solamente un occhio. Ritornerà più grande in Ulisse e Polifemo (1932) ma qui è piccolo, osserva e non incombe, benché il suo aspetto non sia certo amichevole. L'imponente soggetto maschile, che impugnando vigorosamente un pugnale sembra cantare a becco aperto all'alba, è reso dunque vanaglorioso e sciocco, messo in scacco, malgrado le poderose dimensioni, dall'astuto nascondimento del mostro. |
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Sul finire del 1929, si affaccia sulla rivista dadaista Bifur uno scritto visionario e surreale di Savinio, “ Introduction à une vie de Mercure”, pubblicato nel 1945 in cinquecento copie dall'editore Fontaine, a cura dell'amico Parisot. Il racconto è un'esplosione di immagini fantastiche, un susseguirsi di mutamenti vertiginosi e impensabili, degni dei migliori film d'animazione dei nostri giorni. Tra i personaggi di quelle pagine un console, che - scrive Savinio - aveva prestato servizio in gioventù “nella principale di quelle Isole degli Oggetti, i quali, pur non figurando in nessun atlante, (…) nondimeno ne fanno un arcipelago a tal punto maliardo e profumato di effluvi poetici che al confronto le Cicladi e altri luoghi riconosciuti di pubblica bellezza sono solo una bazzecola” ( Introduzione a una vita di Mercurio ). |
Eroi e divinità del mondo greco possono essere monumentali ed incombere, come la dea della Nascita di Venere (1950), comparire in un' Annunciazione (1932) occhieggiando da una qualche finestra, collocarsi in funzione di doppio come la testa-reperto del nume in Le rêve du poète (1927) , o dominare le scenografie allestite, come l'occhio nel frontone del tempio della maquette di Oedipus Rex (1948). Attraversano anche la scrittura, resi umani da un loro desiderio, come vediamo accadere a Mercurio, o, se umani, iscritti in una dimensione indipendente come l'Eroe di Capitano Ulisse , che, ricusando di volere ancora rispondere ai pressanti richiami di Minerva, si sottrae al potere della divinità. Su tutto regna, sublime, l'ironia. |
Perché Alberto Savinio si volse alla pittura relativamente tardi? Sembrerebbe che, a partire dall'inizio, abbia inteso volontariamente esperire tutti quanti i settori praticabili utilizzando la sua versatilità creativa, prima di accogliere nella necessaria pienezza la sua stessa natura visionaria, quasi volesse differenziarsi da Giorgio, e al contempo come se, nel profondo, temesse di poter fare dell'arte visiva, così potentemente congeniale, la sua unica forma espressiva. Se così non fosse, apparirebbe quasi inconcepibile che, dopo essersi posto nel campo musicale come il fondatore di una specifica corrente, il Sincerismo, dopo aver ottenuto segnalazioni positive anche all'estero per le proprie composizioni musicali, il musicista abbia deciso di azzittirsi per molto tempo. “Per paura”, scriverà in Scatola sonora , per “non cedere totalmente alla volontà della musica”. Per non cedere, dunque, a qualcosa che sentiva come voce intima, ma non al punto di potersi far dominare da lei senza perdere un elemento primario di sé, senza perdere quell'elemento specifico che la pittura gli restituirà, invece, dopo. |
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“Musicista in origine, la musica mi è venuta a fastidio. Ho sperimentato tutte le possibilità dell'ottava. Restava l'illusione di un'ottava più vasta, più sottile. Ma i quarti di tono sono fuori della musica, fuori del mondo. Una tremenda sete mi ardeva di nuove porte aperte. Ma il quarto di tono non è una porta: è un buco onde si casca nel vuoto. La musica perde il suo sguardo di musica, si squaglia in una sonorità opaca che dà la nausea e il capogiro, in un gioco da sordomuti, in un passatempo da marziani che vivono nel gelo di un pianeta vecchissimo”. |
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Da questa strada, ancora nel 1915 rifugge. Abbandonata per un decennio la musica, si rituffa nel campo della letteratura. Savinio è artista dall'intelligenza assai fertile e l'intera sua produzione è pregevole. L'arte per lui è creazione libera e alta, non può mai tramutarsi in una gabbia; il nomadismo è un'esigenza primigenia e perenne. Solo il limite posto dall'insufficienza del tempo e delle forze gli impedirà di praticare altre forme. |
| Vai all'intervista con Vincenzo Trione | Milano, 11.04.2011 |