primo piano: I due Presidenti


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Un film di Richard Loncraine
Sceneggiatura di
Peter Morgan

Con
Michael Sheen
Dennis Quaid
Hope Davis
Helen McCrory
Adam Godley
Mark Bazeley

Uscita italiana
10 Dicembre 2010


“I veri amici ti pugnalano di fronte”
Oscar Wilde

IL FILM - TRAMA
SCENEGGIATURA E REGIA
SUL KOSOVO
INTERVENTO NATO
MORTE DI MILOSEVIC

Uno sguardo dietro le quinte
L'amicizia speciale tra Clinton e Blair e la sua indiscussa influenza sulla storia
di Iole Natoli

Un film appassionante che fa luce, questo è l'intento, sulla particolare relazione amicale sviluppatasi tra un giovane e promettente Tony Blair, non ancora Primo Ministro britannico, e il navigato statunitense Bill Clinton, al suo secondo mandato

presidenziale a quell'epoca.
Il ruolo del giovane Blair, affidato a un eccellente Michael Sheen, già allenato a indossare quei panni grazie ai due film The Deal e The Queen, è un profilo in continua evoluzione, permeato da una carica umana sorprendente, dotata di duttilità e slancio ideale. Una capacità politica in fieri di alto calibro, che come tale viene percepita da Clinton ancor prima che il successo elettorale faccia del leader laburista un suo pari, sia pure con le differenze conseguenti all'importanza dei rispettivi Paesi.
Dennis Quaid è un ottimo Bill Clinton che il tornado di un'improvvida crisi, politica e al contempo familiare, strappa alla solida sicurezza iniziale, regalandogli contorni più umani insieme a una forte dose di amarezza.
A datare dalla sua seconda visita a Washington, l'esponente laburista in ascesa è ricevuto alla Casa Bianca come un Primo Ministro già in carica. Le avvisaglie le coglie il capo del suo staff, impersonato dal valido Adam Godley, che, dopo un'espressione di sorpresa - “Accidenti, ci fanno entrare dal cancello di nord-ovest!” - impone un immediato cambio di posto, giocato con movimenti esilaranti, affinché Blair possa scendere per primo dall'auto, in linea con l'accoglienza riservatagli. Nel film i risvolti umoristici non mancano e son gestiti con dinamismo e scaltrezza, per consegnare momenti personali e talora intimi, da cui si resta abitualmente lontani in storie di personaggi tanto illustri. Accade per la conversazione sull'aereo tra Blair, la moglie, il capo dello staff e il capo dell'ufficio stampa, Mark Bazeley,
imperniata su discettazioni anche bibliche, atte a determinare l'esclusione del rapporto orale, al centro dello scandalo Lewinsky, dal novero degli atti sessuali veri e propri.

Memorabile la reazione di Cherie (la bravissima Helen McCrory, già moglie di Tony Blair in The Queen), che esprime il conflitto inevitabile tra i personali dati mnemonici e le affermazioni di comodo degli altri, volte a creare un salvacondotto per Clinton.
Se dall'inizio (partenza: a. 1992) sino all'appoggio di Clinton offerto all'amico Tony Blair, che si batte per il rilancio del processo di pace in Irlanda, assistiamo al formarsi e allo sviluppo degli ideali politici di Blair e del consolidarsi di un sogno,

che vede nel binomio USA-UK una via nuova per l'affermarsi di una democrazia sociale nel mondo, l'esplodere imprevisto dello scandalo segna l'inizio di una frattura insanabile nell'alleanza tra i due presidenti.
Disattendendo i consigli prudenti dei suoi, che suggeriscono un passo indietro immediato nel rapporto di amicizia con Clinton, Blair si schiera pubblicamente e con forza a fianco dell'amico americano, restituendo credibilità politica a un leader impegnato a negare quanto emerge dalle dichiarazioni dell'ex stagista, ormai pubbliche.

E, benché le insinuazioni di Cheire sulle possibili motivazioni recondite di un così appassionato sostegno (“Perché così lui ti deve qualcosa!”) costituiscano una sorta di anticipazione del cambiamento che è già all'opera in Blair, fin lì il britannico ha creduto all'amico. A Clinton ha creduto anche la moglie Hillary, splendidamente interpretata da Hope Davis , che, senza tradire la suprema lucidità peculiare dell'allora first lady degli USA - oggi segretario di stato - rende il dramma interiore di una donna, profondamente ferita negli affetti e nella sua dignità pubblica da Bill.

Accortosi di non poter sfuggire alla procedura di impeachement, che il Congresso si appresta a varare, Clinton ammette pubblicamente di aver avuto una relazione “inappropriata” con Monica Lewinsky. È il momento di massima crisi per l'uomo alla totale mercé dei suoi avversari, quei repubblicani che hanno ora un'arma da usare, perché, come fa notare a Tony Blair il fido Powell (Adam Godley), “l'infedeltà di un presidente è un conto, lo spergiuro è tutt'altra cosa”. Tony Blair scopre così, sulla sua pelle, di aver creduto ciecamente in un uomo che si è ormai rivelato inaffidabile e di essersi incautamente esposto per lui, ponendo a rischio la sua immagine pubblica. Il problema non è solo di natura amicale, perché la non credibilità di Clinton s'incrocia con una grossa partita sul tappeto: l'intervento della NATO nel Kosovo. Blair ha già convinto Bill Clinton a intervenire con un'azione militare congiunta, volta a fermare Slobodan Milosevic in nome di una missione umanitaria e ciò al di fuori di una risoluzione dell'ONU, ma i bombardamenti aerei attuati non stanno avendo l'effetto sperato. I serbi hanno aumentato la pressione sopra la popolazione albanese, diffondendo tra i kosovari l'idea che questa nuova ondata di profughi sia conseguenza degli attacchi NATO. Per quanto Clinton voglia mostrarsi ottimista, Blair è ben consapevole del rischio: la missione umanitaria fallirà perché Milosevic gode di appoggi esterni e sa di poter resistere a lungo, mentre USA e UK subiranno un'umiliazione internazionale per non aver gestito utilmente l'intervento.

Quel che Blair vuole è un'invasione di terra, che lasci senza riparo il dittatore. Clinton si oppone. Nel corso di un confronto drammatico, dice in privato a Blair che sì, potrà compiere questo passo ma dopo, perché al momento deve dirgli pubblicamente di no. “Ha mentito a tutti, perché dovrebbe dirmi la verità?”, quasi urla Blair, commentando la cosa con sua moglie. Da qui il passo verso il suo definitivo distacco: metterà Clinton con le spalle al muro alla presenza di giornalisti USA di destra, pronti a divorare con gusto il presidente alla minima spaccatura del fronte.
La manovra ha successo e Blair vince. La notizia del possibile attacco di terra ferma Milosevic e la guerra nel Kosovo ha fine. La popolarità internazionale di Blair è alle stelle. Il mandato di Clinton volge al termine in pessime condizioni per il partito democratico, Al Gore non vince le elezioni e il sogno britannico-americano di “un nuovo tipo di politica per il nuovo millennio”, che aveva unito fin lì i due presidenti, svanisce come una bolla di

sapone. Al potere ci sono nuovamente i repubblicani.
Nell'incontro finale tra Blair e Clinton non c'è solo l'addio di due ex amici; c'è la consapevolezza di entrambi dell'apertura di un periodo storico differente. Oltre a chiedere al suo ex partner se medita di avere una “relazione speciale” anche con George W. Bush, Clinton gli esprime tutto il suo malcontento, ponendo in dubbio che Blair sia realmente un progressista di centro-sinistra o che possa mai esserlo stato. E sulla stretta di mano tra Blair e Bush alla conferenza stampa di Camp David si chiude, con i titoli di coda, questo emblematico film sull'intreccio tra sentimenti di amicizia e politica.

SCENEGGIATURA E REGIA
Oltre ad essere uno dei produttori esecutivi del film, Peter Morgan, che è anche un drammaturgo, ne è lo sceneggiatore abilissimo. Strutturato mediante una ricca rete dinamica, con vivacissime intersezioni continue che vedono la struttura narrativa alternarsi a documentari effettivi e ad altri che sono invece ricreati mediante la presenza degli attori, il film è un mix di vita privata e fatti storici, visti di certo con occhio partecipe e con un taglio forse eccessivamente idealistico, mitigato però da dubbi impliciti, disseminati pazientemente per via.
Con I due presidenti (The Special Relationship), Morgan chiude la sua trilogia su Tony Blair, che ha incluso The Deal e The Queen, per cui ha avuto un Golden Globe e altri premi.
Un lungo elenco di film e riconoscimenti costellano la sua carriera di sceneggiatore. Frost/Nixon-Il duello gli è valso le candidature all'Oscar e al Golden Globe. Ed è in uscita il film Hereafter, sceneggiato per i produttori esecutivi Kathleen Kennedy e Frank Marshall, presenti anche nella produzione di The Special Relationship.
Anche il regista Richard Loncraine, che è stato co-sceneggiatore di alcuni dei film da lui diretti, ha al suo attivo una lunga serie di premi. Al di là della trasposizione antinazista del dramma shakespeariano Riccardo III nella Gran Bretagna degli anni '30, vanta una precedente incursione in film di tipo storico-politico, attuata mediante la regia di Guerra Imminente della HBO Films, che ha visto Albert Finney e Vanessa Redgrave nei panni di Winston e Clementine Churchill, con cui ha vinto l'Emmy e il Golden Globe.
Il suo stile marcatamente espressivo e molto attento alla psicologia dei personaggi lo sottrae a qualsiasi tentazione didascalica, suggerendogli inquadrature intimiste, come quella che valorizza il dialogo privato tra Cherie e Tony, colto dall'alto nella vasca da bagno di casa sua. Una regia assolutamente attenta ed efficace, per un film di forte impatto emotivo sul pubblico.

Sull'intervento in Kosovo
Molte furono le interpretazioni divergenti avanzate sull'intervento NATO in Kosovo e tante le manifestazioni di protesta che ebbero luogo in diverse parti del mondo. Tra le accuse, quella di aver reso impossibile la firma dell'accordo di Rambouillet, che avrebbe cancellato l'intervento. È citata, da quasi tutti i giornali presenti in internet, una dichiarazione che sarebbe stata rilasciata da Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, al Daily Telegraph il 28 giugno 1999, di cui sembra scomparsa, dal web, la fonte diretta.
Da wikipedia.org : « Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Iugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma ». Dalla stessa fonte: « Il 22 febbraio, il Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, si impegnò, verso la parte cossovara, a garantire, entro tre anni, il distacco del Kosovo dalla federazione». Inoltre «fu introdotta un'appendice (Appendice o Annex B) alla parte militare dell'accordo che prevedeva, di fatto, l'occupazione militare dell'intera federazione serba da parte della NATO. Tale misura, inaccettabile per qualsiasi stato sovrano, era tanto più irricevibile, in quanto la Costituzione federale vietava, sin dai primi anni settanta, lo stazionamento di truppe straniere sul territorio iugoslavo».
A inizio pagina wikipedia.org avverte che la sezione di riferimento è ritenuta non neutrale, in quanto esprimerebbe un punto di vista pregiudizialmente antiamericano. Vai al testo di Rambouillet del 27.05.99.

La morte di Milosevic
Accusato dal Tribunale dell'Aja di crimini contro l'umanità e di genocidio, per le sue responsabilità nelle torture e i massacri posti in atto nelle guerre in Croazia e in Bosnia (1991-1995) e per i pogrom del Kosovo (1998-1999), Milosevic morì nel penitenziario del Tpi all'Aja l'11 Marzo del 2006 per crisi cardiaca, prima della condanna della Corte.
L'autopsia escluse l'ipotesi di un avvelenamento, che sembra fosse temuto dall'ex presidente j ugoslavo .
«È un grande “peccato per la giustizia», dichiarò il procuratore capo Carla Del Ponte, «che il processo non sia stato completato e non sia stato pronunciato un verdetto» ( repubblica.it ). Sull'operato di Milosevic, tuttavia, malgrado la morte intervenuta, «la storia ha già dato il proprio giudizio», affermò dal canto suo Emma Bonino, Commissario per gli Aiuti umanitari presso l'Unione Europea, che aveva sostenuto la necessità dell'intervento NATO nel Kosovo.
I
ntervento che fu realizzato, come altrove, con l'uso di proiettili all'uranio impoverito.

Milano, 9 Dicembre 2010