La poesia di Ibrahim Nasrallah
Quando il luogo è matrice per noi di segno e senso
di Iole Natoli
Si porta sempre dentro di sé l'impronta del luogo in cui, senza scelta alcuna, si è nati. Psicoanalisti, letterati e anche artisti hanno convalidato in vari modi questa verità, bella o scomoda, che per una sorta di istinto ci è ben nota.
Se poi il luogo di nascita ci ha esposti sin dall'infanzia a esperienze assai dure, cui si sono sommate senza tregua le collettive, patite da un popolo, il legame col nostro luogo è più forte.
Ibrahim Nasrallah nasce nel 1954 in Giordania nel campo di profughi palestinesi di Al-Wahdat . Compiuti i suoi studi pedagogici in Arabia Saudita, comincia a insegnare nei pressi del confine con lo Yemen, nel deserto di Hijaz, ma la sua vocazione è ben più ampia.
Nasrallah ha in sé parecchio da dire. La scrittura si rivela per lui mezzo prolifico: alla poesia e alla prosa si aggiunge presto la critica cinematografica. Se nei romanzi il dialogo è, per questo autore, la strategia comunicativa di base, nella poesia “è la scarna rappresentazione scenica a diventare racconto, frammentato dalle pause versali o da quelle strofiche”, come scrive Wasim Dahmash nell'introduzione al volume Versi, da lui tradotto per le Edizioni Q.
Dahmash pone l'accento sul limite invalicabile che il passaggio dalla lingua di partenza a quella di arrivo consegna a qualsiasi trasposizione letteraria, specialmente nel campo poetico, dato che si possono rispettare ripetizioni e ricreare, in taluni casi, anche rime, ma non si potrà restituire all'utente della lingua d'arrivo la “costruzione o la distruzione dei canoni con cui la poesia originale è in rapporto”.
Non racconta il fecondo scrittore solo Gaza: il vasto luogo del suo Paese arabo, pervaso dalle stimmate della guerra, si è fatto con la scrittura segno e senso. E se tra i poeti arabi contemporanei ha maggiore fortuna il teatro in versi rispetto al verso quale narrazione poetica, questa formula in Nasrallah è invece primaria. Risponde in lui alla necessità insopprimibile di dare voce alle esperienze concrete, di dolore, più raramente di gioia, che ai luoghi martoriati si accompagnano.
Strazia il lacerante lamento di una donna di Gaza, per la sua bimba uccisa in culla dagli israeliani, in Canto dell'ultimo addio . «Non potevi avere pietà di me e di lei? / Dio lo so / La morte è inevitabile / Ma non potevi donare / In questa terra una morte più delicata? / (…) / Si sarebbe rimpicciolito l'universo / Se la ferita della piccola fosse stata un po' più piccola di lei / Di quel proiettile? / (…) / Il sole sarebbe forse avvizzito / Si sarebbe prosciugato l'utero delle nubi? / Si sarebbe allungata la vita delle bestie feroci sulla terra / Se la figlia fosse vissuta / Fino allo svezzamento?».
Scatena echi e colpisce nel profondo Specchi di polvere, raccolta in cui ogni primo verso si apre proponendo il sintagma Nella polvere. Lì son gli oggetti che cantano o bisbigliano, oggetti che come macchine sceniche, talora esili e talaltra corpose, raccontano in trasognata concretezza un vissuto, un quotidiano amato e ricordato, quasi sempre distrutto dal nemico.
«Nella polvere finestre / Sottraggono il fiume alla sua tristezza / Attraggono alla conversazione mattutina / Al timo libero / Alle soglie che si svincolano dai nostri passi»; «Nella polvere rami che hanno la confidenza dell'ombra»; «Nella polvere campi da gioco percorsi dalla passione dei piccoli / e rive che corrono nei loro sogni e nelle loro dita».
Versi comprende poemi tratti da diverse raccolte ma accomunati da una stessa matrice. «La poesia» di Nasrallah, scrive Dahmash, «è proposta come rimedio al dolore».
Lo scrittore ha pubblicato numerose raccolte poetiche e diversi romanzi, nonché libri per l'infanzia . Tradotto largamente in tutto il mondo, è conosciuto in Italia come romanziere principalmente per Febbre, apparso nel 2001 per le Edizioni Lavoro, e per Dentro la notte pubblicato da Ilisso nel 2004.
Per la poesia ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio “Arar” nel 1991 e il prestigioso “Sultan al-‘Uways” nel 1997.
È anche pittore e fotografo. Col dedicargli il documentario Tayr al-Hadhar (Uccelli della vigilanza), la regista libanese Arab Lutfy ha indagato il nesso profondo che accomuna le diverse forme espressive di Ibrahim Nasrallah, che alle attività già citate affianca una forte presenza in campo cinematografico, essendo autore di alcuni documentari e avendo lavorato come aiuto regista in importanti produzioni del cinema arabo contemporaneo.
IBRAHIM NASRALLAH - VERSI
a cura di Wasim Dahmash - collana Zenit - Edizioni Q - Pagine 223 ISBN 978-88-903969-1-5 - € 14