primo piano: Perché Beethoven lanciò lo stufato


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Jon Fosse
Melancholia
Fandango Libri


“E queste vesti cercano di infilarsi dentro la mia bocca,
mi avvicino la mano alla bocca per tirare fuori la veste,
perché ovvio che la devo tirare fuori! Non posso lasciare che mi soffochi!
La devo tirar fuori dalla bocca, devo assolutamente! Allora avvicino la mano alla bocca,
la infilo dentro, ma le vesti sono sparite, cerco di afferrarle ma scompaiono.
Le vesti mi prendono”.

Dalle immagini al profilo biografico e alla mente
Il profondo dolore di Lars Hertervig
di Iole Natoli

Immergersi per intero in una storia, ricercare con meticolosità documenti, valutare con cura biografie e poi staccarsene, distogliendo lo sguardo per abbracciare con esso alcuni quadri, perdersi negli spazi di 'Fra Borgoya' (Dall'isola di Borg) e ricreare con il proprio linguaggio un dramma umano.
Molto poco interessa a Jon Fosse aggiungere un'altra versione biografica alle esistenti che descrivono la vita di Lars Hertervig, suo lontano parente che lo affascina; vuol cogliere dall'interno la dinamica della percezione del mondo e di se stesso che il pittore riversa nei suoi quadri, che da quelli traspare e da lì illumina di una luce tutta particolare il suo dramma, quello di un uomo terribilmente chiuso in se stesso, segnato dai silenzi e dai colori e dai silenzi e dai colori nutrito, un uomo che le difficoltà di accettazione sociale destinano a un prolungato patimento.
Il mondo esistenziale di Lars Hertervig ha in apparenza cardini individuabili e netti: la sala dipinta di giallo in casa di Sundt, il molo di Stavanger, il dono di un vestito di puro velluto color malva, con cui potrà frequentare la scuola di Christiania, il maestro di pittura Hans Gude. Perché di una cosa soltanto Hertervig ha certezza: di avere in sé la tempra di un pittore. Se dubbio mai proverà, sarà per gli altri, riguarderà i suoi compagni di corso, i pittori che frequentano il Malkasten, dove corteggiano la loro incapacità di dipingere col disconoscere la superiorità artistica di Lars. Il suo talento sarà la sua tortura, quando gli sarà vietato l'uso di pennelli e colori nel manicomio di Gaustad.
In questo mondo fatto di invidie e irrisioni, Lars Hertevig procede, sballottato, animato dall'affannosa ricerca di Helene, la bella figlia della sua affittacamere, dopo esser stato cacciato di casa dallo zio, che con la giovane avrebbe forse una tresca. Ma Helene è un mito. È desiderio e speranza, è fonte di sofferenza e alienazione, è promessa ed è abisso di perdita, è solitudine e agognato conforto; è ombra, è luce, è terra, cielo, è il tutto, quel tutto che ci sublima e ci sprofonda.
Colpisce nel lavoro di Jon Fosse la struttura assolutamente non lineare del testo, che disegna ampie forme elicoidali dai moduli similari e paralleli, che si susseguono in un divenire ossessivo. Da questa scala a chiocciola infinita Lars Hertevig finirà stritolato. La sua scomparsa ci viene comunicata in assenza, mediante il viaggio di un lontano parente, uno scrittore, alla ricerca degli ambienti pittorici di Lars.
Una scrittura adatta alla pazzia, si direbbe; una scrittura che ha proprio quella forma, pensiamo, perché individua Lars Hertevig, il folle. E qui Jon Fosse opera un capovolgimento a sorpresa. Nella seconda parte del suo libro introduce l'inesistente sorella del pittore, che ci offre anche squarci sulla vita familare di Lars. Veri? Interamente inventati? Non sappiamo. Quel che sconcerta è l'andamento narrativo identico, il ripetersi dei moduli espressivi di Lars, quasi che non a Lars Hertevig, il pittore, appartenesse la cifra di follia ma alla sua terra, all'aria, a quelle rocce, alla natura, a quella floreale e a quella putrida, che squassa le viscere malferme di Oline, sino alla resa incondizionata al silenzio.

Nato nel 1959 a Haugesund, Jon Fosse è con tutta probabilità l'autore norvegese contemporaneo più significativo. Diversamente da quella teatrale, la sua opera narrativa è ancora poco nota in Italia. Ha scritto romanzi, racconti, saggi, poesie e anche libri per bambini. Tra i suoi lavori teatrali: Qualcuno arriverà, E la notte canta, Sogno d'autunno, Inverno, La ragazza sul divano . Nel 1996 gli è stato assegnato il Premio Ibsen.

Jon Fosse, Melancholia, Fandango Libri. Traduzione e postfazione di Cristina Falcinella. Pag. 396 - Anno 2009 - € 20,00.